martedì 8 dicembre 2015

L’arte di perdere le elezioni (anche quelle a cui non si partecipa)

Il passato weekend sarà ricordato per il risultato del primo turno delle regionali in Francia che hanno consacrato il Front National di Marine Le Pen come primo partito di Francia. Ma un’altra importante elezione si è svolta nel medesimo fine settimana: le elezioni parlamentari in Venezuela.
Se in Francia il risultato era quasi scontato, in Venezuela c’è stata la sorpresa di vedere la coalizione del presidente Maduro (GPP) battuta dall'opposizione. Opposizione, che non aveva mai conquistato così tanti seggi, in totale 112 su 167, ottenendo così la maggioranza qualificata di 2/3 del Parlamento e di conseguenza alcune importanti poteri (vedi schema). Una vittoria epocale.
Dopo gli anni di Chavez, in cui lui e la dirigenza socialista hanno potuto fare tutto ciò che volevano del Venezuela (per approfondire consiglio questo documentario), anche il suo delfino Maduro non si è dimostrato più democratico e civile del suo compianto predecessore. Già il modo con cui aveva spazzato via le proteste di piazza dopo la sua elezione non avevano lasciato adito a dubbi. Per non parlare poi delle violenze verso i manifestanti anti-chavisti e gli arresti mirati, con accuse sempre relative alla corruzione, dei leader dell’opposizione. Senza contare l’incapacità della classe dirigente di risollevare l’economia nazionale, tra fosche previsioni di default, grande povertà e scarsità di beni di prima necessità.
Di fronte a questo sfacelo politico era perfettamente prevedibile il risultato delle elezioni. Per tutti tranne che per Nicolas Maduro, che a reti unificate (esattamente come amava fare il suo predecessore...) afferma che la crisi economica è tutta colpa del capitalismo internazionale (e di chi se no?) che starebbe facendo una guerra economica alla nazione. Insomma, per spiegare una sconfitta così eclatante il presidente si è lasciato andare al più bieco complottismo, arrivando alla fine a paragonarsi a Salvador Allende. Nel frattempo a Caracas e nelle altre principali città del Paese caroselli di auto festeggiano il risultato delle elezioni.

Ed in Italia? Il partito della Rifondazione Comunista ha pubblicato sulla sua pagina facebook questa immagine pro Maduro a firma dell’ala giovanile del partito. Per fortuna nei commenti, oltre ai nostalgici di Chavez (che in mancanza di altro possono sempre pregarlo e venerarlo...), c’è chi si inizia a chiedere come sia possibile che tutto ciò che Rifondazione tocchi si trasformi in un disastro elettorale.
Pure l’articolo apparso sul sito del Partito: “L’Arte di vincere si impara dalla sconfitte” ha un che di déjà-vu. Ovviamente nell'articolo si fa riferimento ai grandi nemici esterni (ovviamente gli USA), i quali vorrebbero tanto distruggere questo grande paradiso di democrazia, civiltà e socialismo.

Insomma, il partito della Rifondazione Comunista sembra una specie di Re Mida. Ma al contrario. Anziché tramutare in oro ciò che tocca lo incenerisce. Che si tratti di simpatie per persone/partiti esteri o di coalizioni, rivoluzioni, federazioni o arcobaleni assorti nostrani, il risultato non cambia. E di sicuro a chi scrive le notizie sulla loro pagina manca il senso del ridicolo.

martedì 24 novembre 2015

Ma andate all'inferno!

Si continua a parlare della strage di Parigi. E non poteva che essere così. Delle stragi in luoghi lontani, in un qualche modo, riusciamo a farcene una ragione. Pure se tra le vittime ci sono degli europei. Di chi muore vicino a noi no. Ci costringono ad un senso di insicurezza, ci avvisano che il rischio è anche vicino a noi. Che la morte può non essere distante.

Di fronte a tanto sangue viene spontaneo, per certuni, di appellarsi al più becero complottiamo pur di spiegare ciò che non riescono a capire. Pur di trovare una spiegazione logica, almeno per loro stessi. D’improvviso la mano che ha armato i terroristi diventa il Mossad israeliano (date un'occhiata ai commenti di questo articolo...), anzi, ancora meglio: tutta la strage è una grande farsa!! Quale risposta migliore per togliere la paura??

Purtroppo c’è chi ha fatto di meglio. Ci sono i catto-complottari bigotti.
Ok, già una certa stampa italiana ha dato il peggio di sé dimostrando un pressapochismo ed una ignoranza senza pari. Per diverse testate nazionali gli Eagles of Death Metal, il gruppo che suonò quel maledetto venerdì sera al Bataclan, sono un gruppo metal, quando sarebbe bastato dare un'occhiata su wikipedia e vedere alla voce “Generes” per capire che NON fanno metal. Ma tant’è, hanno quella parolina, quel “metal” nel nome e questo deve aver condotto ad associazioni di pensieri un po’ frettolose ed azzardate. Ma Dell’Arti sul Corriere dello Sport e Cazzullo sul Corriere della Sera hanno raggiunto livelli di pressapochismo davvero sconcertante. Per il primo “I musicisti del complesso Eagles of the Death Metal (nome mai apparso tanto cretino come l’altra sera, “Aquile del Metallo Mortale”) se la sono data a gambe levate al primo scoppio e ne sono usciti illesi.”. Tralasciando la penosa traduzione dall'inglese del nome della band, il giornalista li accusa di essere dei codardi e di essere scappati (non di essersi messi in salvo, ma di essere scappati!) alla prima raffica di mitra. Una cosa davvero disumana! Il suo collega Cazzullo, invece, storpia brutalmente il nome della band californiana, che per lui (anzi, grazie a lui) si trasforma in “Eagle of Death, l’Aquila della morte” (ma poi perché questa brutta abitudine di tradurre i nomi dei gruppi??), di cui “si discetta molto in rete”. Su quale rete non è dato sapersi, dato che il gruppo ha un altro nome. Di fronte ad errori così grossolani solo nel riportare gli eventi non si può che essere d’accordo con Galeazzi su Rolling Stone: non sapere sarà anche lecito, ma il silenzio sì, quello è davvero una gradita cortesia.

Come ho detto prima, c’è di MOLTO peggio. Si parte con l’Elefantino su Il Foglio che ci riporta il testo di “Kiss the Devil”, la canzone che la “heavy death metals”  (!!!) stava suonando nel locale quando è iniziata la strage. Per fortuna ci ha risparmiati dalla traduzione del testo, riportato fedelmente nell'articolo in lingua originale, portato come prova della decadenza della civiltà occidentale. In risposta, pochi giorni dopo, si è vista la lettera di ringraziamento dell’onorevole Carlo Giovanardi a Ferrara per averlo edotto dei testi degli Eagles of Death Metal, portandolo a pensare ad una “coincidenza demoniaca”. Interessante notare che il parere di Giovanardi è molto simile a quello del dj antisballo (???) Aniceto. Secondo questo pittoresco soggetto il gruppo inneggiava a morte e sofferenza (si sarà scordato di nominare anche il demonio??) e che di questa cosa non ne abbia parlato nessuno. A sentire il dj e Giovanardi pare quasi che ci sia una cupola satanista che provi in tutti i modi ad impedire di conoscere i testi satanici di questo gruppo. Testi facilmente trovabili in internet!
Purtroppo l’universo di blog e siti di controinformazione complottaro-bigotta, forse eccitata da articoli di questo genere, ha scaldato i motori. Ed i risultati non hanno tardato a mostrarsi. Sul sito “cristianitoday” è apparso un articolo (ora rimosso) dal titolo piuttosto eloquente: “E fu così che inneggiando al demonio si scatenò l’inferno al Bataclan”. Un articolo che, per chi come me, ha avuto la possibilità di leggerlo, ha rivelato risvolti davvero esilaranti. Dalle chitarre “elettroniche” con cui il gruppo produce un fracasso assordante alla canzone “Kiss the Devil” tradotta come “bacia al diavolo”. Il tutto infarcito da richiami complottari di bassa lega tipo il “Coincidenze?”. Come a dire: se non avessero inneggiato al demonio ma avessero suonato delle sigle di cartoni animati probabilmente non sarebbe successo nulla! Se questa teoria fosse corretta cosa dovrebbe succedere ai prossimi concerti di Gorgoroth, Dimmu Borgir, Mayhem? Tutti gruppi che inneggiano davvero al demonio. Sì, perché solo in pochi si sono resi conto che in realtà il brano degli Eagles of Death Metal non era altro che una riproposizione scarna e manieristica del vecchio cliché del rock satanico. Io nella canzone ci ho trovato una vena di humor ed ironia verso il rock stesso e certe sue tematiche luciferine. Quindi è mooolto probabile che gli Eagles of Death Metal non siano una band satanica. Se ne avete voglia e tempo, vi consiglio di farvi la vostra idea. Perché altrimenti altri potrebbero suggerirvi le loro. E potreste anche crederci.
Anche sulla morte di Valeria Solesin nell'attentato al Bataclan si sono sprecati i complottari bigotti. L’elenco delle oscenità pubblicate è lungo. C’è chi si domanda con sospetto se fosse battezzata (ovvio: sarebbe un chiaro segno di satanismo!), chi mette allegramente sullo stesso piano carnefici e vittime.

Non voglio addentrarmi oltre in questi ambienti complottari. Sono sufficientemente schifato.
In conclusione ho alcune considerazioni da fare:
  • dalla vicenda si apprende che alcuni giornalisti italiani hanno davvero delle ottime capacità con la lingua inglese;
  • gli Eagles of Death Metal (o in qualsiasi altro modo vogliate chiamarli) sono una spietatissima band "heavy death metals" che inneggiano nelle loro canzoni al demonio, a satana e a belzebù contemporaneamente. Quando si stancano e vogliono cambiare argomento scrivono canzoni che raccontano quanto siano belle la morte e la sofferenza;
  • il suddetto gruppo suona chitarre elettroniche e con esse produce un fracasso infernale;
  • tutti i fans della band, i loro amici e gli amici degli amici sono satanisti dichiarati;
  • Ferrara è un grande critico musicale ed esperto conoscitore della musica rock.
  • in ultimo, cari complottari bigotti, vi chiedo chiedo gentilmente se voi e le vostre cretinate possiate andarvene allegramente al diavolo!!!




Your paradise doesn't sound too fetching / It's not only your souls which must be lost / Hell is other people / Yes, too right, my hell is you.


lunedì 16 novembre 2015

Sciacalli ed avvoltoi

Sono ancora vivide le immagini di quanto successo a Parigi venerdì scorso.
Di fronte a più di 100 morti le cui uniche colpe sono state quelle di aver deciso di uscire in un venerdì sera qualunque per andare a mangiare fuori, o per andare ad un concerto rock non ci sono parole.
Pure Marine Le Pen, in un primo momento ha twittato che le campagne del FN erano sospese “fino a nuovo ordine”. Ma in Italia, si sa, siamo più avanti dei nostri cugini d’oltralpe, e poco dopo la strage si sono visti i peggiori commenti sui social network. Il punto è che a vomitare odio in rete sono stati politici di livello nazionale (qui trovate un edificante compendio).
Si parte da Salvini. Come non potrebbe, il segretario leghista più social che si sia mai visto, non dire la sua? Si comincia con un bel riassunto del programma elettorale della Lega: barricate alle frontiere, centri di cultura islamica passati al microscopio e rivoltati come calzini. Più l’immancabile blocco degli sbarchi. Poco importa che ormai la propaganda del Daesh passi maggiormente via internet che attraverso imam. Poco importa che sulle nostre coste sbarchino anche siriani in fuga da coloro che hanno voluto e organizzato gli attentati di Parigi. 
Dopo il primo post il Matteone dell’opposizione pare prenderci gusto componendo pure l’equazione “Buonisti=complici” che, perlomeno, meriterebbe delucidazioni su chi sono questi pericolosissimi buonisti. 
Anche altri esponenti leghisti, forse animati dal desiderio di non sfigurare di fornte ai tweet del loro segretario, si sono lasciati andare a dichiarazioni “interessanti”. Uno per tutti, il deputato Gianluca Pini, che ha promesso di prendere “a calci nel culo” chi proverà a parlargli di islam moderato. Già l’uso della violenza per argomentare le proprie idee ha per me quel vago sapore di ventennio; ma il significato del suo post mi lascia perplesso: quindi, per il depuato leghista, tutti gli islamici sono degli spietati tagliagole vogliosi di invadere l’occidente? E come mai tra le vittime dei terroristi in Siria ci siano soprattutto musulmani?
Ed ora passiamo a Maurizio Gasparri. Secondo il senatore di FI dal giorno dopo la strage si sarebbe dovuta iniziare una risposta militare senza pari contro i terroristi, oltre alla chiusura delle frontiere e alla messa sotto controllo di "tutti gli islamici in circolazione". A parte la scarsa originalità in merito alla chiusura delle frontiere (vero  proprio leit-motiv della destra italiana i questi anni ripetuto ossessivamente come un mantra), abbiamo una vera e propria chicca: la messa sotto controllo di tutti gli islamici in circolazione. Gasparri non specifica se con il termine “in circolazione” intenda designare gli islamici in Italia, nel Mondo, o nel quartiere dietro casa sua. In ogni caso i seguaci di Maometto su questo Pianeta pare siano più di 1.300 milioni, mentre in Italia sarebbero circa 850.000. In ogni caso troppi per pensare ad un verosimile sistema di sorveglianza. Quindi o Gasparri pensa a forme di controllo a distanza degne di 007 o quella del senatore è solo una bella sparata per attrarre voti.
Vorrei chiudere questo riduttivo tour dell’odio con la, ormai nota, copertina di Libero di sabato.


Forse è ora di chiederci SERIAMENTE cosa sono diventate la politica italiana ed il giornalismo in questo Paese.

mercoledì 14 ottobre 2015

Islamisti di tutto il mondo unitevi!

In un comunicato stampa, il PMLI (Partito Marxista-Leninista Italiano) ha dichiarato di appoggiare il sedicente califfato islamico. L’unica nota positiva all’interno del suddetto comunicato che ho potuto trovare è stata l’incredibile concisione. Quasi imbarazzante, se si pensa che si tratta di un comunicato ufficiale di un partito comunista. Pare infatti che tra i seguaci italiani di Marx ci sia una sotterranea, quanto spietata, gara a chi scrive articoli il più lunghi, noiosi ed inconcludenti possibile.
Ma facciamo un passo indietro per capire chi sono i figuri che si celano dietro al PMLI. Il partito è stato fondato nel 1977. L’eterno segretario di partito è Giovanni Scuderi (lo è dalla fondazione del partito stesso), dimostrando una capacità di resistere al potere da fare invidia alla dinastia dei dittatori nordcoreani. Il PMLI, nonostante il bassissimo numero di tesserati, era già balzato agli onori delle cronache per la sua esaltazione di Lenin, Stalin e Mao, con relative ricorrenze ad essi correlate (es. buon compleanno Lenin!) oltre alle campagne elettorali pro astensionismo. Ovviamente per questi veri bolscevichi la democrazia è solo un inganno borghese per legittimare lo sfruttamento dei lavoratori. In compenso, per usare un eufemismo, a questi la lotta armata sembra non dispiacere troppo, oltre ad avere una granitica quanto puerile fede nella rivoluzione che loro, e solo loro potranno compiere in Italia.
Frugando tra i documenti del PMLI, appare che le simpatie verso il califfo ed i suoi sgherri non fossero così velate già da diversi mesi. Insomma, nonostante tutta la sinistra, da SEL fino ai gruppi anarcoinsurrezionalisti, passando dai centri sociali si schiera accanto ai socialisteggianti curdi, il PMLI va in senso opposto. Il motivo? Il califfo è anti-imperialista e soprattutto anti-amenricano. Che poi voglia farsi un impero suo personale è probabilmente secondario per questi fini analisi di politica internazionale. Talmente fini che al confronto il compagno Enrico Rizzo (ex PdCI, ora PC) sembra un grande modernismo e di strategia politica. Poco importa lo scarso grado di marxismo dimostrato dal califfo. L’odio verso il comune nemico permette di superare qualsiasi barriera. Poco importano i motivi per cui le potenze internazionali si sono schierate contro il Daesh.  
In conclusione, oltre alla notizia in sé, nulla di nuovo. Come sempre la sinistra italiana, in tutte le sue sempre più numerose e diversificate declinazioni e versioni (che sia una vera e propria scelta strategica?) si ostina ad osservare la realtà, nazionale ed internazionale, attraverso gli occhiali distorti e distorcenti dell’ideologia. Ciò permette pure che un piccolo gruppetto di ridicoli nostalgici possa simpatizzare per un branco di tagliagole così poco marxista e che probabilmente avrebbe di seri problemi con l’ateismo di stato.
Insomma, da una parte abbiamo degli estimatori di dittatori sanguinari, che sono passati alla storia per le loro epurazioni, purghe, soprattutto verso gli avversari politici e per l’aver promesso un evanescente paradiso terrestre ai loro sudditi. Dall'altra abbiamo un branco di esaltati agli ordini di un “dittatore” (anche se a loro piace chiamarlo califfo) in grado di compiere le peggiori atrocità verso minoranze etniche, religiose e, più in generale, verso chiunque ritengano indesiderato. Il tutto condito da una propaganda che, oltre a esporre decapitazioni e uccisioni di infedeli, prova a mostrare come la vita quotidiana nel Daesh non sia così male.  

È proprio vero: tra simili ci si comprende sempre.

mercoledì 16 settembre 2015

#freeBeppe!!!

Notizia di ieri, il Beppone nazionale è stato condannato per diffamazione. Stupefacente, per uno che infarcisce i comizi politici di frasi di senso compito tra un insulto e l’altro. Chi ha un po’ di memoria si ricorderà che non è esattamente la prima volta che capitano questi incidenti di percorso al comico genovese. Già nel 2001, con la Montalcini, si era creata una spiacevole situazione dal modico costo di 8mila euro. Ma si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio... Comunque, il caso Montalcini non è stato né il primo né l’ultimo problema di Grillo con la legge. In effetti la carriera giudiziaria di Grillo si presenta variegatae a tratti sorprendente (soprattutto in ambito edilizio).
Ma torniamo al caso incriminato. Nel maggio del 2011, durante un comizio del M5S Beppe se la prende con il professor Franco Battaglia, docente della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Modena e Reggio Emilia, che ad Anno Zero di Santoro aveva parlato degli effetti sulla popolazione delle radiazioni dopo i disastri nucleari di Cernobyl e Fukushima. Durante il comizio incriminato il comico genovese, con il suo solito aplomb, ha affermato che “Non puoi permettere ad un ingegnere dei materiali, nemmeno del nucleare, e mi riferisco a Battaglia che è un consulente delle multinazionali, di andare in televisione e dire che a Chernobyl non è morto nessuno. Io ti prendo a calci, ti mando via dalla televisione, ti denuncio e ti mando in galera”. A parte che a denunciare pare sia stato solo il professore, va detto che ildiscorso di Battaglia ad Anno Zero è stato lacunoso e non del tutto vero. Occorre anche dire che egli non è a libro paga di nessuna multinazionale. La denigrazione del nemico politico di turno facendolo apparire come una marionetta dei poteri forti (in questo caso delle cattivissime multinazionali, ma intercambiabile con: massoni, élite politiche, partiti politici o altro ancora a seconda della fantasia e dell’ispirazione) è un’arma politica ampiamente abusata dai penta stellati.
Ovviamente sul sacro blog è partito il piagnisteo grillino. Incredibile! Le condanne, di qualsiasi grado, definitive o meno, degli esponenti politici di qualsiasi partito sono oggetto di beffe, battute o scherno da arte dei grillini. Ma quando ad essere condannato è il Caro Leader, il pronunciamento del giudice assume tutto un altro significato. Diventa come la cicatrice per il lottatore o la medaglia per il generale: fonte di orgoglio.
Il paragone finale con Mandela e Pertini è quanto di più assurdo e, contemporaneamente, esilarante potessi leggere. Esso è entrato di diritto nella mia top ten delle migliori sparate grilline. Penso che ci voglia davvero tanta sfacciataggine per paragonarsi ad un Pertini o ad un Mandela. Specie se ti hanno condannato ad un anno di reclusione per diffamazione. E ancor di più se la condanna NON è definitiva, mancando ancora un grado di giudizio più la Cassazione. Sappiate inoltre che, contrariamente a quanto scritto sul sacro blog di Beppe, difficilmente Grillo finirà dietro le sbarre.
Penso che a fare sparate di questo tipo, che volersi paragonare ai grandi che hanno fatto la Storia, siano un lampante indice della megalomania del soggetto e del suo ormai scarso senso della misura e della decenza.
Ma tanto nel calderone grillino tutto fa brodo. Quello che oggi scandalizza ed indigna i grillini domani sarà dimenticato e rimpiazzato da un altro post sul blog o su TzeTze o su LaCosa con cui scandalizzare e indignare le masse pentastellate.
Ma nel frattempo sul web sarà un fiorire di #freeBeppe. E per non fare un torto a nessuno anche di #freeMandela e #freePertini. E già che ci siamo perché non #freeancheMioCuggino???


P.S.: quasi dimenticavo: #freeMarò e #freeCorona!!!!

lunedì 20 luglio 2015

¡Revolución Berlusconiana!

Qualche giorno fa l’ex Cavaliere ha fatto un’uscita veramente spettacolare, degna del miglior Silvio. Durante l’assemblea degli amministratori locali di Forza Italia è tornato a giocare sull'effetto Calimero, puntando sul vittimismo politico. Ha ribadito che per “senso di responsabilità” (!!!) lui rimarrà nell'agone politico, continuando ad affrontare a muso duro la sinistra e i PM cattivoni. E che nel caso dovesse essere condannato (tipo per compra-vendita di parlamentari?), il Silvione nazionale ha auspicato che qualcuno dei suoi “faccia un minimo di rivoluzione”.
Ok quando ho scritto della caduta di Berlusconi dal predellino mi aspettavo altre scenette tragicomiche a cui l’ex Cavaliere ci aveva già abituati in passato. Ma vederlo aizzare i suoi seguaci verso un’ipotetica rivoluzione, lui, che non è riuscito a fare la tanto promessa rivoluzione liberale ha un che di contrappasso dantesco.
Viene facile ed istintivo il paragone con leader comunisti che aizzavano il popolo alla rivoluzione promettendo ai poveri proletari un futuro radioso. Ma in questo caso non ci sono promesse di futuro radioso, ideali o ideologie. C’è solo la preservazione del capo. È un tutti per uno e uno per sé stesso.
Ma poi scusatemi, non ho capito una cosa: cosa vuole dire fare “un minimo di rivoluzione?” la rivoluzione o si fa o non si fa. O si scende in piazza o non si scende in piazza. Non esiste un pochino. Non ci sono vie di mezzo. Che voglia dire di fare la rivoluzione a giorni alterni? Solo i giorni pari? O solo i giorni in cui c'è bel tempo? Il dubbio permane.
Insomma, questa sgangherata rivoluzione vive solo nelle parole di Silvio e nei sogni più spinti dei suoi seguaci. Nella realtà questo espediente per far tornare a parlare di sé non aiuterà un partito ormai assestato attorno ad un misero 12% di consensi, che fatica a frenare l'erosione del proprio elettorato a favore del PD renziano a sinistra e della Lega a destra. Un partito che si tiene in vita nella speranza di essere riformato e rivoluzionato dal capo, per portarlo (il capo, non il partito!) di nuovo alla vittoria alle urne. Al momento pare che il progetto di un nuovo soggetto politico sia stato accantonato, anche se Silvio ha rilanciato l’idea di “una casa aperta della Speranza” per provare a riunire ciò che resta del centrodestra. Idea che a quel gusto un po' retrò di sa tanto di Casa delle Libertà. Più che una casa della Speranza è la speranza di un’ultima spiaggia.



Ah, dimenticavo, Berlusconi ha aggiunto che per le armi con cui fare la rivoluzione si possono chiedere i kalashnikov a Bossi. Io aggiungerei che agli alleati-serpenti leghisti si può chiedere pure qualche cosina di più, tipo i terribili carri armati di fabbricazione padana di cui sono notoriamente forniti.

lunedì 13 luglio 2015

Dai nemici mi guardo io...

Non so se qualcuno se n’è accorto, ma la campagna di Grillo a favore di SYRIZA e del no al referendum sulle proposte dell’Europa riguardo alla ristrutturazione del debito ellenico non è andata particolarmente bene. Sì, di certo è stata una mossa avventata del comico genovese, spiegabile solo dalla voglia di dedicarsi anche lui allo sport più amato dai politici italiani: il salto sul carro dei vincitore. Nonostante i grandi avvisi che inneggiavano aBeppe ad Atene pare che la trasferta in terra ellenica non sia andata proprio come previsto... E anche dopo, Panagopoulos, responsabile di SYRYZA, ha provveduto a rimarcare le differenze tra i 5 Stelle ed il partito di Tsipras, tra cui, ultima chicca, spicca la disposizione diametralmente opposta all'interno dell’europarlamento. Come a dire, noi stiamo a sinistra, voi non esattamente.
I parlamentari europei di SYRIZA siedono fianco a fianco con personaggi del calibro di Barbara Spinelli. Una che ha giurato e spergiurato in campagna elettorale che a Strasburgo non ci sarebbe mai andata, ma a cui alla fine ha dimostrato di non disdegnare affatto una seggiola in Europa. E dall’altra parte? Chi siede vicino ai pentastellati? Di Farage e del suo UKIP ormai si sa chi sono e che idee hanno. Ma gli altri del gruppo EFDD? Chi sono?
Uno di questi è balzato prepotentemente alle cronache qualche giorno fa. Risponde al nome di Janusz Korwin-Mikke, e che appartiene al partito di estrema destra polacco Koalicja Odnowy Rzeczypospolitej Wolność i Nadzieja (Coalizione per il rinnovamento, la libertà e la speranza della Repubblica polacca). Il nostro, ben conscio dell’importanza e della gravità della materia trattata (la creazione di un tariffario unico per i biglietti di viaggio integrati all’interno dell’UE), al termine del suo discorso ha gridato “un Reich, un popolo, un biglietto” e, per rendere ancora più chiaro il concetto, nel caso se ne sentisse il bisogno, ha fatto un saluto con braccio teso. L’atto, più che una dichiarazione di appartenenza a ideologie nazionalsocialiste, voleva provocatoriamente (???) sottolineare la propensione adaccettare le proposte di legge avanzate dalla Germania. Di certo Korwin-Mikke non è nuovo a provocazioni di dubbio gusto. Dal non suo essere Charlie (ma a favore della pena di morte), ad alcune posizioni incontrovertibilmente misogine fino alle teorie alternative e parecchio fantasiose sull’Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale. Perché una cosa è certa: all’europarlamentare polacco la fantasia (purtroppo) non manca. Gli si potrebbe consigliare l’aforisma di Oscar Wilde per cui “è meglio tacere e sembrare stupidi che parlare e togliere ogni dubbio”.
Ma poi, viste le sue strampalate idee, siamo così sicuri che il saluto hitleriano fosse solo una provocazione?



P.S.: per gli europarlamentari grillini: mi auguro seriamente che almeno voi siate ancora lontani dai deliri populisti e destrorsi di questo vostro “collega”, ma attenti che chi va con lo zoppo...

lunedì 8 giugno 2015

Berlusconi e la fine della caduta (anche dal predellino)

Domenica scorsa, il 31 maggio, si sono tenute le elezioni regionali in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto.
Sia per la sinistra che per la destra italiana è stata una ottima occasione per “contare e ricontare” i propri elettori e rivedere il proprio peso politico.
A sinistra, al PD non è andata male. Per quanto i gufi continuino a urlare della fine imminente del governo Renzi, il PD ha vinto in 5 regioni su 7. Nelle rimanenti (Veneto e Liguria) ha perso perché la prima è una roccaforte leghista, mentre nella seconda hanno pesato gli errori della precedente amministrazione.
Il Movimento 5 Stelle è riuscito a dimostrare e sé stesso ed ai propri avversare che ormai anche nelle competizioni locali (escluse le comunali) può giocarsi il 2° posto, riuscendo a raggiungere anche il 20%.
E a destra? La Lega al nord ed al centro ha sorpassato ovunque Forza Italia. Nonostante i risultati record in alcune regioni, il Carroccio ha ben poco da fare festa. Forse per un limite intrinseco, tipo resistenza del mezzo a velocità limite, oltre il 20% Salvini non va. Solo in Veneto raggiunge percentuali più alte. Regione quest’ultima, storica roccaforte delle camicie verdi, in cui Zaia ha perso più del 10% rispetto alle regionali del 2010 (dal 35% al 23%), e non penso solo a causa dell’eretico Tosi. Velo pietoso sul risultato di “Noi con Salvini”, che in Puglia, unica regione in cui il partito si è presentato, ha racimolato uno scarso 2,29%. Si vede che gli slogan anti-sud Italia dei leghisti qualcuno giù li ricorda ancora.
E Forza Italia? Che fine ha fatto? I risultati di queste regionali sono stati impietosi: il partito dell’ex premier si dibatte attorno al 10%. E solo grazie all’alleanza (o abbraccio mortale?) con la Lega che in Liguria riesce a vincere. Ad essere onesti già il ritorno al vecchio brand sapeva di ripiegamento in mancanza di meglio. Il decadimento è poi proseguito con il progressivo abbandono del partito dei berlusconiani doc, di quei peones di cui il grande capo aveva sempre fatto affidamento e di cui la lealtà e la fedeltà non erano mai state messe in dubbio. A volte hanno abbandonato la scena in silenzio, quasi a voler far spegnere la propria stella politica in silenzio, altre volte invece facendo trapelare il profondo dispiacere e dolore (vedi Sandro Bondi) nell’abbandonare la corte del tanto amato leader. Ma ancora più triste del destino dei peones berlusconiani e forse anche di Berlusconi stesso, è il destino degli apprendisti stregoni della politica che sono stati i suoi delfini o che hanno avuto la sfortuna di incrociare il Cavaliere sulla loro strada politica. Di costoro il grande peccato (politico) originale è aver creduto di potercela fare senza l’ingombrante figura del factotum della destra italiana. Fa impressione quanto le avventure “soliste” di Gianfranco Fini, Angelino Alfano e Raffaele Fitto si assomiglino tanto. Tutte destinate, prima o poi a finire nel dimenticatoio politico e a consegnare i propri leaderini al tritacarne dell’oblio.


Se il destino degli ex luogotenenti c’è da dire che anche quello del re di Arcore non pare essere roseo.  Nemmeno a Berlusconi il fato sembra sorridere. Di certo il declino è più lento ma pare inarrestabile. Tanto che si sta di nuovo parlando di cambio di partito e di simbolo. Non più Forza Italia ma Partito Repubblicano. Il nuovo progetto non ha nulla a che vedere con lo storico PRI di Ugo La Malfa, il cui attuale segretario, Nucara, non pare averla presa bene. Lo scopo di Silvio però non è di seguire le orme dei repubblicani italiani, ma di scimmiottare il Grand Old Party americano nell’epoca Bush Jr (tra l’altro grande invitato per il varo della nuova fantasmagorica entità politica!). Già solo la bozza del logo della nuova “cosa” politica ha concesso a Berlusconi la sua prima vittoria su Alfano. Difatti il logo dei nuovi repubblicani è di gran lunga più brutto di quello dell’NCD (e questo è tutto un dire...). Onestamente: un logo così insensato e banale era da un bel po’ che non lo si vedeva! Quando le buone idee iniziano a scarseggiare si ricorre al plagio dei propri miti. Anche le rockstar arrivate al capolinea fanno così. Nelle intenzioni di Silvio questo nuovo partito dovrebbe fungere da contenitore politico per i vari gruppi del centrodestra italiano, specialmente in vista della nuova legge elettorale. Se molto tempo fa Berlusconi aveva lanciato l’idea del PdL dallo stretto predellino di un’automobile, ora, in una situazione quasi analoga, si trova ad inciampare su di un altro, ben più largo, predellino durante un comizio elettorale. Forse un segno premonitore (chi di predellino ferisce... ?). Di certo segno che l’equilibrismo (anche politico) di Berlusconi non è più quello di una volta. In fin dei conti il suo declino politico è iniziato già da diverso tempo, diventando sempre più netto ed evidente dal governo Monti in avanti. Forse, dopo anni ormai di lenta caduta e di tramonto politico, ora Berlusconi ha finito di cadere (politicamente?) anche dal tanto amato predellino. 

domenica 10 maggio 2015

Scontri e tafferugli


Negli ultimi tempi sembra che diversi gruppi, per le motivazioni più disparate, pretendano di esprimere le loro posizioni a suon di bombe carta, molotov e devastazioni assortite.
Le danze le hanno aperte i tifosi di Juve e Torino per il derby di tre settimane fa. Un gruppo di appassionati del Toro hanno espresso la loro contrarietà verso i giocatori della squadra avversaria a suon di sassi contro il bus che stava portando la squadra allo stadio. Ovviamente a tale gentilezza i tifosi juventini hanno cordialmente risposto con il lancio di bombe carta
Successivamente, un gruppetto di anarchici, anarcoidi e affini ha messo a ferro e fuoco il centro di Milano per protestare contro l’apertura dell’EXPO. I democraticissimi manifestanti hanno causato qualcosa come 3 milioni di euro di danni.
Per finire, il 3 maggio, a Bologna il premier Matteo Renzi, venuto in città per un comizio alla Festa dell’Unità, è stato contestato da un gruppo di ragazzi dei collettivi. I suddetti hanno tentato di sfondare il cordone di polizia che gli impediva di accedere all'area del comizio e sono partite le manganellate. Bilancio finale:  una manifestate con un braccio disarticolato ed un’altra ferita alla testa.


Adesso mettiamo un po’ d’ordine. Partiamo dal primo episodio, gli scontri allo stadio. Come qualcuno ha fatto notare di emergenza violenza negli stadi se ne parla da tanti di quegli anni e, nonostante le belle parole dei politici di turno, non si sono visti cambiamenti sostanziali. Di tanto in tanto ci scappa il morto, segue periodo di controlli più rigidi, ma dopo un po’ sembra che tutto torni, un po’ gattopardescamente, come prima. Lo stadio, per un qualche strano motivo tutto italiano, continua ad essere una zona franca in cui poter esprimere liberamente la propria voglia di violenza e di distruzione. Una bella valvola di sfogo per tutte le tensioni politiche, sociali o altro (sull'argomento un vecchio gruppo punk cantava: “come un branco di salami picchiamo con le mani i poveracci come noi”). Nel secondo caso, gli scontri a Milano, il Ministro degli Interni Angelino Alfano si è dato al contorsionismo politico, definendo una giornata di guerriglia urbana come un grande risultato, frutto di un comportamento impeccabile da parte delle forze dell’ordine. Quindi deduco che lasciare devastare intere vie da gruppi di cretini per cui “se non dai fuoco alla banca sei un coglione” è giusto. Ottimo ragionamento. Però non capisco una cosa. Com'è possibile che a Milano ai violenti è stato lasciato fare tutto quello che volevano e a Bologna non ci sono stati ripensamenti sul caricare un gruppetto di facinorosi che voleva sfondare un cordone di polizia? Non voglio giustificare gli anarcoidi che hanno partecipato agli scontri al parco della Montagnola visto che sono stati loro a provocare cercando di sfondare il cordone di polizia, capisco la volontà di difendere il premier e chi lo stava ascoltando, ma per me si è esagerato.

Riassumendo: se sfasci tutto allo stadio, in un corteo anarchico o vuoi contestare Renzi potresti avere risultati molto diversi. In un paio di casi potresti muoverti indisturbato e fare quello che ti pare; nell'altro potresti finire all'ospedale.

lunedì 6 aprile 2015

I suini non sono più leghisti?

Notizia di alcuni giorni fa, il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini è andato in visita in un campo nomadi a Milano. In questo nulla di nuovo, oramai il Matteo d’opposizione colleziona visite ai campi di mezza Italia, usando queste sue comparsate come arma politica per attrarre like e follower sui social network e, forse, voti nelle urne.
Ma questa volta qualcosa non ha funzionato. Il tentativo di farsi una bella foto ricordo con un maiale lì presente (magari da condividere subito dopo su facebook) non è andato a buon fine. Il maiale ha fatto un mezzo (ma proprio mezzo!) accenno di carica verso il leader leghista e lui si è rifugiato tra le braccia dei membri del suo staff. Come a dire: oltre la foto su facebook nulla.

Eppure alcuni anni fa i rapporti tra i leader del Carroccio ed i suini erano molto buoni, c’erano le gloriose passeggiate al fine di evitare il proliferare di pericolosissime moschee. Ma forse i tempi sono cambiati. Adesso che qualche omino con la cravatta verde ha raggiunto la stanza dei bottoni queste trovate goliardico-folkloristiche non sono più necessarie. Bastano assurde norme urbanistiche ed il gioco è (quasi) fatto.

A parte questo simpatico siparietto (su cui altri hanno già giustamente speculato) assolutamente nulla di nuovo. Solo le solite vuote sparate, del tipo che “se cifosse un sindaco leghista [a Milano] i campi nomadi sarebbero chiusi in seimesi con le buone maniere”. Insomma, ha dato sfogo al suo repertorio già trito e ritrito.

In fin dei conti nel contrasto a queste forme di propaganda ha potuto più un simpatico maialino che schiere di anarcoidi capaci di lanciare insulti e, all’occorrenza, sassi. E comunque diciamocelo, a parte le felpe poco fantasiose, la geniale imitazione di Crozza (come dimenticarci dei “tombini di ghisa!”) e le crociate simil-Le Pen sull’immigrazione, cosa rimane del nostro Matteone (quello non al governo of coarse)? Un bel fermo immagine di lui spaventato da un esemplare di Sus scrofa domesticus “zingaro”. 

P.S.: le immagini usate in questo post provengono da: http://italianoestero.blogspot.it/2014/01/sulle-moschee-in-italia-non.html e http://www.huffingtonpost.it/2015/04/02/matteo-salvini-visita-campo-rom_n_6993526.html

lunedì 2 marzo 2015

Più forte ragazzi!

Qualche giorno fa, alcuni intelligentissimi membri di collettivi bolognesi, di cui avevo già lodato le capacità democratiche , sono riusciti a sorpassare ogni record.
Prendere a sassate l’auto di Salvini in visita ad un campo nomadi era, oggettivamente, un “vinci facile”. Ma fare a botte tra di loro no, per quello occorreva davvero un certo impegno. E i nostri amici kompagni dei collettivi ci sono riusciti!
Ma presentiamo gli attori in scena. I collettivi interessati sono 3: Cua (vicino al centro sociale Crash), Làbas (legato al centro sociale Tpo) e Hobo (responsabili dell’inseguimento e delle sassate all’auto di Salvini).
Le danze le hanno aperte Cua e Làbas che, circa un mese fa, avevano alcune cosucce da chiarire. Ora invece anche quelli di Hobo si sono messi in mezzo alla grande scazzottata anarchica scontrandosi con il Cua presso via Filippo Re.
Ma perché cotanta violenza? Il motivo è presto svelato: il motore (e la benzina) di questi scontri sono (molto semplicemente) i soldi.
Immagino che un qualche simpatizzante di costoro possa esserci rimasto male, ma queste botte non sono effetto delle loro ideologie!
I denari sopra accennati sono quelli che i collettivi ricavano usando a loro piacimento le aule della Scuola di Lettere, in particolare quelle in via Zamboni, per organizzare feste, aperitivi, incontri e quant’altro con l’obiettivo (non troppo nascosto) di autofinanziarsi. In sostanza, come le migliori mafie, i collettivi universitari bolognesi si incontrano e scontrano per il possesso del territorio. Capisco che il ricavato delle loro iniziative venga impiegato per pagare le spese processuali di anarchici e anarcoidi dei rispettivi gruppi con qualche problemuccio con la legge, e che quindi gli organizzatori degli eventi si intaschino relativamente poco (o forse nulla), ma non è giusto che una ristretta minoranza possa ritenersi padrona di aule universitarie e usarle a proprio piacimento, magari causandopure dei danni. E non mi fa davvero ridere quanto dichiarato dai kompagni del Cua, che vedono giochi elettorali per l’elezione del nuovo rettore dell’Università e attacchi all’autogestione degli studenti, tutto per giustificare i loro smerci di alcool a feste che, secondo loro, dovrebbero rientrare dentro a non ben definiti “percorsi culturali”.
Personalmente, di fronte ad ogni nuova iniziativa dei kollettivi in università, non sono né uno di quelli che si straccia le vesti al grido di “usano per loro uno spazio di tutti” né uno che accorre per rimpinguargli le casse. In università anarcoidi e comunistoidi vari e assortiti ci sono sempre stati e, probabilmente, finché esisteranno le università (ed i fuori corso) sempre ci saranno. Ma questi devono ricordarsi che sono un’esigua minoranza rispetto a tutti gli studenti. E per questo non possono considerarsi padroni delle aule universitarie e farne ciò che vogliono.
Comunque, dato che le posizioni dei rispettivi gruppi verso quanto accaduto mi sembrano un pochino “fossilizzate”, l’unico suggerimento che gli posso dare è: “più forte ragazzi”!! Visto che il dialogo mi pare serva a ben poco in queste circostanze, vi invito a metterci più forza e decisione nel dirimere i vostri contenziosi. Però, una volta finito, vi prego di piantarla con queste pagliacciate, visto che perdete tempo e ne fate perdere ad altri.



P.S.: non so se vi ricordate il geniale kompagno di Hobo che era saltato sul cofano della macchina di Salvini che poi aveva gridato al tentato omicidio. Sì, proprio il nostro riccioluto amico ha partecipato agli scontri con i kompagni del Cua in via Filippo Re e ne ha ottenuto la frattura di una mano e 30 giorni di prognosi. A quanto pare ha dichiarato di esserecaduto, mentre per altre fonti, si sarebbe ferito nel tentativo di rompere con il cascodella moto il lunotto posteriore della macchina dei rivali. In tutta sincerità non so che cosa gli convenga raccontare! Se dire di essere “caduto” (la scusa più vecchia del mondo) o dire di essersi fatto male mentre lottava contro un pericolosissimo parabrezza fascorazzista (su cui a suo tempo la pagina Facebook “Lavia culturale al Socialismo” ci ha già illuminato!)  . Però è abbastanza strano che un attivista del Cua possa avere un parabrezza del genere! Che l'abbia acquistata usata la macchina
??

lunedì 26 gennaio 2015

Rentsi, la fantapolitica e la vittoria di Tsipras

Ebbene, come i sondaggi avevano ampiamente previsto, gli elettori greci hanno premiato SYRIZA ed il suo leader,Tsipras alle politiche di ieri.
Ora, finalmente, la sinistra estrema italiana ha di che gioire e festeggiare. Anche i kalimeri saranno contenti, sono arrivati all'ultimo momento in terra greca e possono festeggiare ubriacandosi e fumandosi cannoni (stavolta non politici) per una vittoria non loro.

Sta di fatto, però, che a SYRIZA ha mancato di poco la maggioranza assoluta nel Parlamento ellenico, fermandosi a 149 seggi sui 151 necessari. In soldoni Tsipras, se gli interessa governare, cosa a cui pare tenere molto, è costretto a cercarsi un qualche alleato. E non ha aperto al PASOK, il partito socialista ellenico, e nemmeno con i comunisti del KKE o con altre formazioni di sinistra (vedi To Potami). Ha preferito fare una trattativa-lampo per governare con ANEL, il partito dei greci indipendenti. Quest’ultimo in comune con SYRIZA ha solo di essere una formazione politica ellenica e l’anti-europeismo. ANEL è un movimento di destra , nazionalista e  anti-immigrati.

Sto provando a immaginarmi le facce dei vari Vendola, Cuperlo e Ferrero. Proprio loro che, un minuto dopo la vittoria esaltavano Tsipras come il grande eroe della sinistra europea. Qualcuno addirittura rivendicando di averlo scoperto e portato in Italia prima degli altri, dimenticandosi che fare politica non vuol dire fare mecenatismo. Immagino la loro reazione di fronte alle dichiarazioni del neopremier ellenico su Renzi e sulla sua visione dell’Europa. A cui di certo non basta scrivere “Rentsi” su di un tweet per nascondere l’imbarazzo e scompiglio causato da una uscita del genere.

Anche sul tema alleanza per governare non si sentono grandi commenti politici, in quel di sinistra. Qualche vecchio leader prova a giocare la carta della novità di quella sinistra e del decadimento dei vecchi canoni politici per giustificare l'insolita coalizione. Come a dire: la nuova via (che passa da destra) per il socialismo. Inoltre attendo di sapere cosa hanno appreso i nostri Kalimeri durante la loro trasferta dell'alleanza di governo. Perché se veramente il modello greco ci insegna come fare politica oggi, al rientro a casa essi dovrebbero insistere per un’alleanza tra i partiti che componevano “L’Altra Europa” e un qualche partito italiano con ideologia conservatrice, anti-immigrati, anti-europeista e un po’ xenofobo. Cioè con la Lega Nord.

Ma qui siamo alla fantapolitica.

domenica 25 gennaio 2015

La brigata Kalimera alla conquista della Grecia

In questi giorni una prode rappresentanza italica si trova nella Terra degli dei Zeus, Afrodite e Dioniso, proprio in concomitanza con le elezioni politiche. Sono fans di Alexīs Tsipras e del suo partito SYRIZA. Il nome che si sono dati i prodi italiani è “Brigata Kalimera”, che in greco vuol dire Buongiorno.
Vi immaginate se alle prossime elezioni italiane se i compagni greci ricambiassero la gentilezza e arrivasse da noi una “Brigata Buongiorno”? Sarebbe lo zimbello di tutta la campagna elettorale.
Ma torniamo alla nostra brigata di eroi. A quanto pare dopo un rapido giro di email gli organizzatori hanno racimolato ben 450 contatti (di cui 200 partecipanti alla trasferta), tra chi chiedeva informazioni sul viaggio, i costi o semplicemente di iscriversi. Il pacchetto ricorda quello dei viaggi vacanze per anziani, periodo: dal 22 al 26 gennaio compresi, viaggio in aereo da € 30 e posti letto fino ad esaurimento posti.
Lo scopo? Ovviamente l’incontro con Alexīs ed il supporto  dei compagni greci. Ma anche l’apprendere un metodo. Raffaella (Una “Kalimera”) racconta che: “In quegli anni [inizio 2000] erano loro a voler imparare da noi. Ora, il contrario”. In sostanza questa bella gita in terra ellenica ha il grande scopo di imparare dall’esperienza di Tsipras nel riuscire a federare tutti i vari frammentini della sinistra ellenica, a dargli l’aspetto di partito compiuto e a renderlo credibile agli occhi degli elettori.
Forse qualcuno si è dimenticato che in Grecia la crisi economica l’hanno pagata molto più cara che da noi. Che da loro sono saltati fuori dei buchi nel bilancio dello Stato da far paura. Non a caso SYRIZA ha fatto della possibilità di non pagare il debito pubblico la sua bandiera politica. Tsipras è riuscito, più di tutti gli altri partiti ellenici, addirittura più dei neofascisti di Alba Dorata, a raccogliere il voto dei delusi dalle passate legislature, il voto di chi la crisi l’ha pagata per davvero. In Italia, per quanto la si possa vedere male, la situazione non è così disastrosa. Inoltre è dal 2007 che la sinistra sinistra prova a federarsi in un qualche modo, prima con “La sinistra – L’arcobaleno”, passando poi per le varie “Federazione della Sinistra”, “Rivoluzione Civile”, fino alla più recente “L’Altra Europa con Tsipras”. Di certo non si può dire che non ci si provi a federarsi, anzi, si potrebbe dire che ci hanno provato troppo! All’inizio per queste coalizioni si sono scelti dei capi politici interni, per poi orientarsi in modo sempre più maniacale alla ricerca di un principe straniero. Di un qualcuno in grado di far miracolosamente risorgere le sorti della sinistra italiana. Queste belle federazioni, coalizioni, cartelli elettorali, o qualunque cosa fossero, si sono dimostrati strutturalmente solidi, tanto che dopo ogni batosta elettorale venivano sciolti per poi essere ricreati sotto forme diverse e con un altro nome. E la storia ripartiva da capo. L’incapacità di sopravvivere alle sconfitte elettorali probabilmente la dice lunga sugli scopi ultimi di queste alleanze...
L’ultimo tentativo in ordine temporale, il listone-ombrello usato per le europee, con il nome di Tsipras, ha raggiunto l’obiettivo sperato, cioè passare la soglia di sbarramento del 4% dei voti. Però se andiamo a vedere quanto i partiti che componevano l’Altra Europa hanno preso alle Politiche del 2013 ci rendiamo conto che alle votazioni per l’europarlamento sono mancati qualcosa come 550.000 voti.
Non voglio dilungarmi ulteriormente sui mali che masochisticamente la sinistra italiana pare autoinfliggersi con grande gioia, ma mi pareva necessario per arrivare alla grande domanda: ma questi cosa sono andati là a fare???
Inaspettatamente, la risposta l’ho trovata in un video. In esso Luciana Castellina ha confermato che sono tutti lì per farsi una “canna politica”. Insomma se ho capito bene sono lì per una botta di entusiasmo, sperando poi di esportare la vittoria politica anche a casa loro. Però questa non è una canna, è onanismo politico.

Finché la sinistra del PD continuerà a creare progetti politici di cartapesta, retti solo dalla statura politica del principe esterno di turno, non ci potrà essere coalizione che in grado di strappare risultati politici decenti. Le strade, a questo punto, sono due: o soffiare sul fuoco della protesta sociale (ove però ci siano abbastanza braci per alimentarlo...) oppure rinnovare la linea politica. A loro la scelta. Ma forse è meglio continuare a fare belle scampagnate (cosa che forse anche il vignettista Biani ha colto...), e sognando future vittorie elettorali.