Domenica scorsa, il 31 maggio, si sono tenute le elezioni regionali in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto.
Sia per la sinistra che per la destra italiana è stata una
ottima occasione per “contare e ricontare” i propri elettori e rivedere il
proprio peso politico.
A sinistra, al PD non è andata male. Per quanto i gufi
continuino a urlare della fine imminente del governo Renzi, il PD ha vinto in 5
regioni su 7. Nelle rimanenti (Veneto e Liguria) ha perso perché la prima è una
roccaforte leghista, mentre nella seconda hanno pesato gli errori della precedente
amministrazione.
Il Movimento 5 Stelle
è riuscito a dimostrare e sé stesso ed ai propri avversare che ormai anche
nelle competizioni locali (escluse le comunali) può giocarsi il 2° posto,
riuscendo a raggiungere anche il 20%.
E a destra? La Lega al nord ed al centro ha sorpassato
ovunque Forza Italia. Nonostante i risultati record in alcune regioni, il
Carroccio ha ben poco da fare festa. Forse per un limite intrinseco, tipo
resistenza del mezzo a velocità limite, oltre il 20% Salvini non va. Solo in
Veneto raggiunge percentuali più alte. Regione quest’ultima, storica roccaforte
delle camicie verdi, in cui Zaia ha perso più del 10% rispetto alle regionali del
2010 (dal 35% al 23%), e non penso solo a causa dell’eretico Tosi. Velo pietoso
sul risultato di “Noi con Salvini”, che in Puglia, unica regione in cui il
partito si è presentato, ha racimolato uno scarso 2,29%. Si vede che gli slogan
anti-sud Italia dei leghisti qualcuno giù li ricorda ancora.
E Forza Italia? Che fine ha fatto? I risultati di queste
regionali sono stati impietosi: il partito dell’ex premier si dibatte attorno
al 10%. E solo grazie all’alleanza (o abbraccio mortale?) con la Lega che in
Liguria riesce a vincere. Ad essere onesti già il ritorno al vecchio brand
sapeva di ripiegamento in mancanza di meglio. Il decadimento è poi proseguito
con il progressivo abbandono del partito dei berlusconiani doc, di quei peones
di cui il grande capo aveva sempre fatto affidamento e di cui la lealtà e la
fedeltà non erano mai state messe in dubbio. A volte hanno abbandonato la scena
in silenzio, quasi a voler far spegnere la propria stella politica in silenzio,
altre volte invece facendo trapelare il profondo dispiacere e dolore (vedi
Sandro Bondi) nell’abbandonare la corte del tanto amato leader. Ma ancora più
triste del destino dei peones berlusconiani e forse anche di Berlusconi stesso,
è il destino degli apprendisti stregoni della politica che sono stati i suoi
delfini o che hanno avuto la sfortuna di incrociare il Cavaliere sulla loro
strada politica. Di costoro il grande peccato (politico) originale è aver
creduto di potercela fare senza l’ingombrante figura del factotum della destra
italiana. Fa impressione quanto le avventure “soliste” di Gianfranco Fini, Angelino
Alfano e Raffaele Fitto si assomiglino tanto. Tutte destinate, prima o poi a
finire nel dimenticatoio politico e a consegnare i propri leaderini al
tritacarne dell’oblio.
Se il destino degli ex luogotenenti c’è da dire che anche
quello del re di Arcore non pare essere roseo.
Nemmeno a Berlusconi il fato sembra sorridere. Di certo il declino è più
lento ma pare inarrestabile. Tanto che si sta di nuovo parlando di cambio di
partito e di simbolo. Non più Forza Italia ma Partito Repubblicano.
Il nuovo progetto non ha nulla a che vedere con lo storico PRI di Ugo La Malfa, il cui attuale segretario, Nucara, non pare averla presa bene.
Lo scopo di Silvio però non è di seguire le orme dei repubblicani italiani, ma
di scimmiottare il Grand Old Party americano nell’epoca Bush Jr (tra l’altro
grande invitato per il varo della nuova fantasmagorica entità politica!).
Già solo la bozza del logo della nuova “cosa” politica ha concesso a Berlusconi
la sua prima vittoria su Alfano. Difatti il logo dei nuovi repubblicani è di
gran lunga più brutto di quello dell’NCD (e questo è tutto un dire...). Onestamente:
un logo così insensato e banale era da un bel po’ che non lo si vedeva! Quando le buone idee iniziano a scarseggiare si ricorre al plagio dei propri
miti. Anche le rockstar arrivate al capolinea fanno così. Nelle intenzioni di
Silvio questo nuovo partito dovrebbe fungere da contenitore politico per i vari
gruppi del centrodestra italiano, specialmente in vista della nuova legge elettorale.
Se molto tempo fa Berlusconi aveva lanciato l’idea del PdL dallo stretto
predellino di un’automobile, ora, in una situazione quasi analoga, si trova ad
inciampare su di un altro, ben più largo, predellino durante un comizio elettorale. Forse un segno premonitore (chi di predellino ferisce... ?). Di certo segno che
l’equilibrismo (anche politico) di Berlusconi non è più quello di una volta. In
fin dei conti il suo declino politico è iniziato già da diverso tempo,
diventando sempre più netto ed evidente dal governo Monti in avanti. Forse,
dopo anni ormai di lenta caduta e di tramonto politico, ora Berlusconi ha finito
di cadere (politicamente?) anche dal tanto amato predellino.
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